Mantenere ossessivamente alta l’attenzione dell’opinione pubblica sulla questione profughi è un obiettivo chiave per Salvini (la paura genera sempre consenso per la destra): ma non c’è alcuna emergenza sbarchi, oggi

Il decreto sicurezza bis – approvato definitivamente lunedì al Senato con voto di fiducia, togliendo ogni spazio alla discussione parlamentare – si occupa assai poco della sicurezza dei cittadini.

È un provvedimento-bandiera puramente propagandistico: per i contenuti, per il suo retroterra ideologico, per gli effetti che produrrà.

In un Paese in cui le forze di Polizia sono sotto organico di quasi 20mila unità (la “tempesta perfetta” denunciata qualche giorno fa dal capo della Polizia Gabrielli, destinata ad aggravarsi con i pensionamenti anticipati di “quota 100”) e aspettano il rinnovo del proprio contratto di lavoro da ben 217 giorni, in un Paese in cui tante periferie sono abbandonate al proprio destino di degrado e insicurezza diffusa, il “sicurezza-bis” si concentra sulla criminalizzazione delle ONG che salvano persone in mare (in aperto contrasto con le norme internazionali sottoscritte dal nostro Paese) e sull’inasprimento delle pene per alcuni reati quando commessi nel corso di manifestazioni pubbliche.

Nulla giustifica la “necessità e urgenza” di questo decreto.

Mantenere ossessivamente alta l’attenzione dell’opinione pubblica sulla questione profughi è un obiettivo chiave per Salvini (la paura genera sempre consenso per la destra). La realtà, però, è totalmente diversa dalla messa in scena organizzata dalla propaganda social leghista.

Non c’è alcuna emergenza sbarchi, oggi: secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno – che lo stesso Salvini enfatizza in continuazione – rispetto al picco del 2017 (quando si erano registrati 96.278 arrivo dal 1° gennaio al 5 agosto), erano già scesi a 18.872 nel 2018 e si sono ulteriormente ridotti a 3.950 quest’anno, di cui solo una minima parte legati all’attività delle ONG.

Rimane aperto, caso mai, il problema del rimpatrio degli stranieri in condizione di irregolarità, che il primo decreto sicurezza di Salvini ha ulteriormente aumentato (circa 40 mila in più, secondo l’ISPI, essenzialmente dovuti alla cancellazione della protezione per motivi umanitari).

Ma di rimpatri questo governo ne sta facendo meno di prima (poco più di 18 al giorno nei primi sei mesi del 2019 contro quasi 22 al giorno nel 2018, secondo i dati pubblicati da Il Sole 24 Ore il 20 luglio scorso) e su questo punto il provvedimento approvato ieri stanzia una cifra ridicola: 2 milioni di euro.

Meno che meno c’è in Italia una emergenza manifestazioni.

La stretta contenuta nel decreto non ha alcun presupposto reale: nel Paese c’è un forte disagio sociale, ma non c’è nulla di paragonabile ai “gilet gialli” francesi.

Siamo di fronte a misure ben poco giustificabili e assai preoccupanti per l’approccio che le ispira. Daniele Tissone, segretario del sindacato di polizia della Cgil, ha pronunciato in Parlamento parole che colpiscono: “La ricerca del consenso da una parte carica sulle spalle delle Forze di Polizia l’aspettativa dei risultati promessi con la propaganda, mentre dall’altra, specie durante le occasioni di protesta, inasprisce la contrapposizione tra i cittadini dissenzienti, che vengono etichettati come nemici, e chi è deputato a far rispettare la legalità”.

La realtà, prima o poi, si prenderà la sua rivincita.

Il voto di lunedì certifica il dominio totale della Lega nella maggioranza e nel governo, con i 5 Stelle terrorizzati dal rischio del voto anticipato e ormai ridotti a zerbino di Salvini.

È tempo che l’Italia che non crede nelle parole d’ordine della destra sovranista alzi la testa e faccia sentire con forza la propria voce. Nelle istituzioni, ma soprattutto nella società.