La riforma costituzionale del Senato sotto la lente d’ingrandimento ieri al dibattito organizzato dal Partito democratico di Bergamo al Centro studi La Porta di viale Papa Giovanni XXIII. L’incontro (a cui hanno partecipato Luciano Pizzetti, sottosegretario per le Riforme costituzionali e i Rapporti con il Parlamento, il costituzionalista e docente dell’Università Cattolica Filippo Pizzolato, Antonio Misiani ed Elena Carnevali, parlamentari del Pd) non è stato privo di posizioni molto diverse tra loro. Su due fronti opposti, ma non privi di elementi comuni, si sono dunque trovati lo stesso Pizzolato, critico nei confronti dell’impostazione e degli effetti della stessa riforma, dall’altro il sottosegretario Pizzetti, che ha seguito l’iter lavorando con il ministro Boschi e rivendicando la bontà dell’operato del governo (pur ammettendo, con onestà intellettuale, i limiti fisiologici di una riforma varata in un contesto politicamente difficile e intesa come punto di partenza «per far uscire dall’impasse il sistema democratico»). «L’aspetto procedurale è dirimente: in questa vicenda il ruolo del governo è stato squilibrato, con la sponda autorevole ma altrettanto impropria dell’ex presidente napolitano. Una delle anomalie riguarda pertanto il ruolo dell’esecutivo, che ha spinto con tenacia e ostinazione per l’approvazione di questa riforma – ha sottolineato Pizzolato – il vantaggio evidente di questa riforma è inoltre a beneficio della stessa maggioranza, ma è bene ricordare che nessuna maggioranza è interpretazione esclusiva del popolo. L’unità di quest’ultimo non è fatta soltanto dalla mediazione partitica e soprattutto non si realizza annullando le differenze, ma facendole dialogare e interagire. Uno dei punti carenti di questa riforma è il tema della rappresentanza politica, sui cui occorre una riflessione profonda: a mio avviso questa riforma rappresenta una soluzione senz’anima». Di parere opposto il sottosegretario Pizzetti, secondo cui «le elezioni si sono concluse con la “non vittoria” del Pd e la conseguente mancanza di un maggioranza. Sia il governo Letta che il governo Renzi sono dunque nati nel tentativo di portare a compimento un processo di riforma del sistema repubblicano. Una riforma fatta a maggioranza? Sì, ma con consensi da varie parti del mondo politico: in questo senso, sono stati accolti emendamenti provenienti da tutte le forze politiche, su vari aspetti. Il Parlamento non è stato dunque a guardare ma ha inciso cambiando in maniera profonda la riforma e l’attività parlamentare è stata determinante. Detto questo, non è stato facile lavorare con soggetti caratterizzati da uno spirito costituzionale carente, che pensavano più alla contingenza politica che alla riforma del sistema: basti pensare che Calderoli aveva annunciato il ritiro dei suoi emendamenti in caso di concessione della grazia a Monella da parte del presidente della Repubblica». Infine, i relatori hanno affrontato l’aspetto relativo alla futura composizione del nuovo Senato, in cui siederanno rappresentanti delle istituzioni territoriali eletti dai consigli regionali: secondo Pizzetti non sarà un «dopolavoro» ma avrà funzioni importanti di controllo e di richiamo, mentre per Pizzolato «non avrà la forza di rappresentare le Regioni né l’autorevolezza per moderare la Camera politica: questo è in fondo un monocameralismo mascherato». Alessandro Belotti